Lo Hobbit

novembre 15, 2012 in Puntate e recensioni

puntata del 15 novembre 2012

un libro di J.R.R. Tolkien

Anche con questo libro, procede il sodalizio fra il Libraio ed i suoi ospiti: abbiamo chiesto a Fabio Faiferri di scrivere la recensione di uno dei classici più amati e più noti del genere fantasy. Nella sezione podcast, potete ascoltare la puntata: per il brano musicale cercate “Suite irlandaise” di Alan Stivell ed emozionatevi pensando a Thorin Scudodiquercia che suona l’arpa! Buona lettura…

Un racconto tipico del medioevo è la cerca, la quest: si cerca, appunto, qualcosa o qualcuno e nel farlo si compie un viaggio, affrontando ostacoli per poi ottenere una ricompensa materiale, che rispecchia però anche un’evoluzione interiore del personaggio. Si pensi al ciclo bretone (Re Artù, per intenderci), dove la ricerca del Graal è anche un’avventura spirituale dei cavalieri.

Visto in quest’ottica, Lo Hobbit è una chanson de geste, in quanto ne rispetta la costruzione. Il protagonista deve trovare qualcosa (l’ingresso segreto della Montagna Solitaria), affronta ostacoli (che vanno da vagabondi, orchi e ragni giganti al viaggio stesso, dal valico delle montagne nebbiose all’attraversamento di Bosco Atro) e ottiene una ricompensa (oro, ma soprattutto la stima di nani, elfi e abitanti di Lagolungo), oltre a non essere più lo stesso di quando è partito. Ma dobbiamo pensare anche a quando è stato scritto, questo racconto. Siamo nel XX secolo, e quindi ci sono una serie di aspetti che un Chrétien de Troyes non si sarebbe mai immaginato di inserire, al di fuori dell’ambientazione fantastica.

Prima di tutto, il protagonista: pensiamo a Orlando o a Lancillotto, i cavalieri per eccellenza, e paragoniamoli a Bilbo Baggins; atletici, maestri del combattimento e sopratutto, impavidi. Ne “Lo Hobbit“, il protagonista è piuttosto un agiato signore di mezz’età; più facile immaginarlo dietro una scrivania che su un campo di battaglia, sia per il fisico non esattamente imponente sia per la mentalità, molto più vicina all’onesta borghesia britannica che al cavaliere senza macchia e senza paura (un esempio su tutti: il signor Baggins diffida delle avventure “cose che fanno arrivare tardi a cena”). Il nostro protagonista insomma ha un saldo buonsenso, in apparenza. Inoltre non è una sua libera scelta quella di partire, viene invece costretto da Gandalf (il Merlino della situazione) a partecipare a questa strana spedizione di nani e nemmeno nel ruolo “tipico” di guerriero ma in quello, decisamente meno epico, di “scassinatore”.
Ma sopratutto, la cerca non è il termine del racconto, che non si conclude come ci potremmo aspettare con un duello finale tra il nostro protagonista e il mostro che custodisce il tesoro, ossia Smaug il drago. Smaug viene ucciso, sì, ma da una persona che non ha nulla a che fare col gruppo che è partito da Hobbitville mesi prima. Si combatte sì una grande battaglia finale in cui “il bene vince sul male”, ma il nostro eroe ha una parte decisamente marginale in essa. Piuttosto, egli è fondamentale nella parte immediatamente precedente quando fa di tutto pur di evitare un conflitto causato dall’ostinazione delle varie parti in causa, una guerra inutile, specie quando all’orizzonte se ne sta preparando una molto più significativa ed inevitabile.

Un’idea (e anche qui, il bello dei classici è che possono dire cose diverse a ciascuno di noi, in base alla nostra sensibilità) può essere che Tolkien abbia una concezione diversa di “eroe” rispetto a quella del cavaliere medievale in armatura; molto più importanti la gentilezza e la capacità di perdono, piuttosto che il valore guerriero. E, considerato che Lo Hobbit è stato scritto dopo che l’autore è partito come volontario per la I Guerra Mondiale, ha conosciuto l’orrore della guerra di posizione ed è stato ferito, questo non dovrebbe sorprendere.

Il finale ci riporta all’inizio, di nuovo nella provinciale Contea, quella terra di campagna da cui Bilbo è partito, dove lo vediamo alle prese con pericoli molto meno gravi di draghi e orchi: parenti insopportabili che vogliono ereditare il suo patrimonio, dandolo per morto. La lotta, insomma, è per rimanere proprietario di casa sua. Ma questo finale, letteralmente domestico, ha un senso. Le sue avventure l’hanno cambiato, tant’è che i suoi vicini lo considereranno sempre uno “strano”, per i suoi racconti, i suoi comportamenti insoliti e gli ospiti inusuali (un continuo andirivieni di nani ed elfi), ma gli hanno anche fatto dare un valore diverso a quanto lo circonda.
Cos’ha trovato infatti Bilbo, al termine della sua cerca? Banalmente, come in quelle classiche, ha scoperto se stesso, o meglio, una parte di sé che non conosceva, quella riserva di coraggio, curiosità e grandezza d’animo che gli ha permesso di compiere le sue imprese. E con questa nuova consapevolezza, è ora in grado di apprezzare nuovamente la quiete e la traquillità del “buco nel terreno” in cui vive.

Fabio Faiferri